Le ciocie erano calzari, per lo più autocostruiti, realizzati con un pezzo di cuoio che era posto sotto la pianta del piede. Il cuoio era leggermente più largo e più lungo del piede in modo da avvolgerlo. Il pezzo di cuoio era fissato al piede per mezzo di correggie di cuoio, fettucce o cordicelle di spago che solitamente salivano dal piede al polpaccio avvolgendolo. Il polpaccio era spesso protetto da una pezza di stoffa, il più delle volte, di colore bianco.

L’uso della ciocia è scomparso progressivamente dal 1960, però vi sono fonti (De Carolis, M., La ciocia. Curiosità, usi e costumi, nel tentativo di capirne l’origine, Cassino, 1995) che attestano l’uso presso i pastori, sia di pecore sia di bovini, nella zona di Castro de’ Volsci, Pastena, Settefrati, Terelle e Vallecorsa dopo quella data, e ancora, intorno al 1995, se ne rintraccia l’uso tra gli allevatori di mandrie bovine nella transumanza da Picinisco alla costa tirrenica. Rilevante è anche l’affermazione di informatori locali che suggeriscono il mantenimento dell’uso presso gli allevatori in transumanza vicino Roccasecca ancora nel 2006.

Dal punto di vista della sua diffusione, si può affermare che le ciocie fossero il calzare più in uso tra i pastori e i contadini del Lazio fino alla metà del XIX secolo. Emma Calderini (pubblicista e costumista autrice di Acconciature antiche e moderne, 1962) così la descrive:

«Similmente la calzatura attraverso varie modificazioni e trasformazioni o anche deformazioni si può raggruppare sotto il tipo unico della suola di pelle caprina che si rialza sotto il piede, sul quale si fissa e si annoda mediante legaccioli di pelle, che possono o no salire sulla gamba protetta dalle pezza di tela bianca che avvolgono il piede e salgono talora fino al ginocchio».

   Le ciocie non erano però calzature diffuse solo nel Lazio, dove a detta del Cestari nel settecento erano chiamate ciocera o cioccia, o nella zona indicata col nome di Ciociaria ma esse erano usate, con piccole varianti, anche in altre zone del Centro e del Sud Italia come l’Abruzzo, Umbria, Toscana, Marche, Molise, Campania, Lucania, Puglia, Calabria e Sicilia dove le fonti riportano nomi diversi: in Abruzzo erano chjóchiə e chjòchjərə; in Calabria chiochiara ma anche forme come purcine, sampittu, zammitta o zarriccu; in Puglia zampittu, in Sicilia żżampitta; in Toscana e in Umbria sono attestate forme come cioccòle (ciabatte) e ciòcco (zoccolo).

Le fonti che attestano l’uso delle ciocie nel baso Lazio sono innumerevoli, ricordiamo Loffredo, Nicolucci e Battaglia raccolti nelle opere di Cirelli (Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, III, Napoli, 1859) e di Carbone (Giustiniano Nicolucci e la sua patria, Casamari, 1971.

Questi autori ci raccontano ad esempio che ad Isola del Liri le donne indossavano le ciocie descrivendole così:

«[…] pezzi rettangolri di cuoio vaccino conciato, larghi e lunghi quanto il piede, ripiegandone a punta l’estremità anteriore, e rialzando gli angoli posteriori a guisa di uno schiafetto, e stringendoli al piede stesso con strisce di pelle (strenghe) che si avvolgono quindi intorno alla gamba vestita prima, egualmente che il piede, di un bianco e doppio pannilino (Nicolucci)».

   O ancora a Formia un anonimo le descrive ai piedi dei contadini:

«I contadini, specialmente nei giorni di lavoro, portano i coturni all’eroica, val dir bene di pannolino avvolte nella gamba, ed ivi trattenute da cordicelle, che infisse in un pezzo di pelle, che ricopre la pianta del piede, si avvolgono parimenti intorno a quella».